mercoledì 18 aprile 2018

Leggende urbane: storie e leggende milanesi


Leggende urbane: storie e leggende milanesi

Passeggiare per una grande città, come Milano, significa imbattersi, a ogni angolo, in un pezzo di storia e cultura, ma anche, se si guarda oltre la foschia in cui è immersa la vita dei mortali, in pezzi di leggende che, nonostante il trascorrere degli anni, sono ancora reali. Vivide. In mezzo a noi. Non a tutti è consentito vedere quel che si cela nell’ombra, solo a chi ha “occhi antichi, abituati a guardare”. Agli altri le cose scivoleranno via, nella coda dell’occhio.
“Sotto l’asfalto e il cemento di Milano, sotto la nebbia e lo smog e il frastuono del traffico si muovono forze invisibili, antichissime e molto, molto potenti.”
Se passate vicino a Corso Magenta, e infilate in Via Gorani, potete vedere i resti del palazzo ove dimorava l’omonima famiglia che, tra i tanti membri, ha avuto un illustre e singolare rappresentante, il conte Giuseppe Gorani. Nato a Milano nel 1740, è stato molte cose in vita: uno scrittore, un diplomatico, un avventuriero, spesso al servizio di questo o di quel governo. Di lui, il Dizionario Biografico degli Italiani fornisce un’attenta biografia storica, ma a noi, che interessa andare oltre la storia, non basta. Ciò che è interessante sottolineare, del Conte Gorani, è il suo carattere avventuriero e avventuroso, sempre pronto a imbarcarsi in nuove situazioni, come racconta lui stesso nell’opera autobiografica Mémoires secrets et critiques des cours, des gouvernemens et des moeurs des principaux états d’Italie, pubblicata nel 1793 e consultabile online.

Tra le tante voci e leggende trapelate sul suo conto, si dice che il Conte Gorani fosse un noto alchimista, come Cagliostro, e che, grazie alle conoscenze ereditate dal padre, avesse addirittura il potere di mutare i metalli in oro. Cambiò nome (e forse anche aspetto) più volte e, sebbene tutti lo credessero morto a Ginevra nel 1819, continuò a girare per l’Europa. Un dato, quest’ultimo, che trova conferma in “Le due lune” di Luca Tarenzi. Qua, il Conte Gorani, incontrato per la prima volta da Veronica nell’Ossario di San Bernardino, è un uomo a cui è difficile dare un’età. Ha “capelli scuri, semilunghi, tirati indietro a scoprire la fronte ampia, con una traccia di grigio sulle tempie; un volto magro, aquilino, con il mento lungo e il naso affilato, ma labbra grandi che sembravano quasi fuori posto su un viso come quello. Occhi di un verde intenso, grandi, potentemente espressivi”. Indossa un soprabito nero e porta “un anello d’oro lavorato a formare una testa di ariete”, un oggetto antico, quasi magnetico. È avvolto da un’aura particolare, simile a un’ondeggiante ombra di fumo, percorsa da scintille, tutto ciò che resta della sua vita mortale.

Il Conte è un uomo enigmatico, molto colto, dotato di profonda (e anche oscura) conoscenza su vari campi del sapere umano, dalla storia delle culture e delle religioni del mondo a quella che potremmo definire magia. È stato un diplomatico, di facciata, ma una spia in realtà, l’antenato degli agenti segreti, sfruttando la sua giovinezza e l’ingegno per avere accesso agli uomini e alle donne più potenti del mondo. Fece parte della Massoneria ma poi approdò a segreti più antichi, più occulti, venendo iniziato ai misteri. Fece diffondere la voce della sua morte e continuò a vivere, compiendo il sacrificio più estremo. Svegliò il Drago, genius loci di Milano, e in cambio del tempo che desiderava gli offrì il suo ultimo istante di vita, divenendo il Senza Morte. In questo modo può sentire le voci dei morti, continuando a vivere nel suo ultimo istante di vita, prolungato all’infinito.
“Sono stato un soldato, una spia, un idealista, un rivoluzionario, un mago. Oggi sono solo un uomo che vuole continuare a vivere, come ogni altro uomo al mondo”.
E per farlo il Conte è disposto a tutto, al punto da essere temuto persino dai demoni. Anche Azazel, in “Quando il diavolo ti accarezza”, dichiara di non fidarsi di lui poiché “tenterebbe di ribaltare la situazione a suo vantaggio”.

Un altro nobile ancora in giro nella Milano di oggi è il marchese Acerbi, anch’esso mal visto da Azazel, che sa che “chiederebbe qualcosa in cambio, qualcosa di subdolo, infido e solo in apparenza innocente”. In attesa di vederlo comparire in qualche romanzo di Luca Tarenzi, qua un articolo per chi volesse indagare sul “Diavolo di Porta Romana”.

La terza nobildonna nota nella città del Drago è la Contessa Arese, che ospita Edwin nella sua torre in “Godbreaker”. Lei è una Dama Bianca, ossia l’anima di un morto col potere di una divinità minore. Il suo nome, un tempo, era Antonietta Fagnani Arese, una nobildonna del Diciannovesimo secolo, famosa per la sua cultura e per i suoi mille amanti, tanto che alla fine se la portò via la sifilide. Ma, a sentire Liathan, non “doveva avere tanta voglia di morire” ed è rimasta a infestare la Terra. “La fama è sopravvissuta alla sua morte, le apparizioni del suo spettro l’hanno alimentata e la fama ha alimentato lo spettro stesso”.

Vive in solitudine in una torre antica, in un angolo del parco del Castello Sforzesco, vicino all’Arco della Pace, circondata dalla nebbia che la protegge e la rende invisibile agli occhi degli umani. Il suo corpo è composto di nebbia, di cui si serve per comporre la propria figura. Il suo guardaroba è piuttosto ridotto e indossa quasi sempre un abito candido, a gonna ampia, e con un’ancor più ampia scollatura, con in testa un cappello con il velo. Non ama farsi vedere in faccia. Ha sensi molto acuti con cui riesce a percepire i movimenti di coloro che si avvicinano alla Torre. Appartiene, assieme ad altri quattro membri, alla Corte del Drago di Milano ed è molto attaccata alle tradizioni e pronta a condannare chi le violenta.

Di certo ci sono altri nobiluomini in città ma tendono a non farsi vedere, rimanendo nell’ombra, o nella nebbia, a osservare e preparare i loro piani. Sempre nell’ombra vivono i Sotterranei, il Popolo delle Profondità, entità difficili da definire fisicamente, quasi delle sagome di pura ombra. Si muovono, di rado, in superficie, senza mai essere visti dai mortali, tranne chi, come Veronica Meis, li vede con la coda dell’occhio. Vengono “dall’altra sponda di quell’oceano inquieto e mutevole che i mortali chiamano sogni e non portano mai niente di buono nel mondo. Semmai, portano via. Anche persone, a volte”. Azazel, che ormai è un umano, non ha molta simpatia per loro e cerca di tenersene alla larga, sebbene in certe strade oscure del Mercato Vecchio sia possibile incontrarli.

Ci sono però anche personaggi positivi e istronici a Milano, come il buon Settala, apparso in “Quando il diavolo abbaia”. Chi è Settala? “Tante cose. Un meccanico, un alchimista, un tuttofare, un collezionista, tra le altre”. Noto anche ai demoni, vive tranquillo la sua esistenza in un garage, senza dar noia a nessuno e senza intromettersi nelle varie contese sovrannaturali che, di tanto in tanto, devastano la città. Fisicamente è un uomo basso, con un “viso bizzarro, rotondo senza essere paffuto e largo quasi quanto era alto, con una fronte vasta e bombata, occhi enormi e bocca minuscola, da pesce, contornata da due baffetti e un ciuffo di barba. Completava il quadro una gran massa di capelli brizzolati, lunghi sui lati ma tagliati sotto la nuca in una pettinatura d’altri tempi che li faceva somigliare a una parrucca”. Indossa, di solito, una tuta blu da meccanico, muovendosi con una camminata a scatti che irradia energia nervosa a ogni passo. È beneducato, cortese con le donne, generoso, non esita a condividere il proprio cibo con gli ospiti.

Vive in una casa vicino a Porta Vigentina, con un’officina integrata, dove svolge i suoi lavori. Un’officina parecchio incasinata e ricolma di oggetti e utensili di ogni tipo, con cui ripara non soltanto macchine, anche esseri umani e demoni all’occorrenza. Possiede una collezione molto vasta di parti di animali, che la gente definisce wunderkammer, ma che per lui è un museo, “la più grande raccolta dell’estremo”che Milano abbia mai visto. La sua figura è ispirata a Manfredo Settala, canonico di San Nazzaro in Brolo, vissuto nel Diciassettesimo Secolo, e figlio di Ludovico, da cui ha ereditato il senso del magnifico e del grottesco e l’interesse scientifico. È noto, appunto, per la sua Camera delle Meraviglie, una collezione di oggetti scientifici di ogni tipo, catalogabili in tre grandi sezioni: i Naturalia, cioè oggetti forniti all’uomo direttamente dalla natura, e suddivisibili a loro volta in animali, vegetali, minerali; gli Artificialia, cioè le creazioni dell’uomo, che grazie alla sua perizia modifica i naturalia secondo le proprie esigenze o estro; i Curiosa, cioè tutto ciò che può incuriosire o stupire in quanto monstra, cioè extra norma. Il Museo Settala poteva, secondo alcuni studiosi e per certi versi, inserirsi in quel filone collezionistico che andava all’epoca di Manfredo sotto il nome di Wunderkammer, o camera delle meraviglie, collezioni diffusesi soprattutto nel centro Europa a partire dal tardo Cinquecento.

Oltre ai nobili, ai Sotterranei e a personaggi stravaganti come Settala, Milano è popolata da altre creature, di per sé non tipiche della città ma che a Milano assumono caratteristiche particolari, come i licantropi (lo sa bene chi ha letto il Giornale circostanziato di quanto ha fatto la bestia feroce nell’Alto Milanese dai primi di Luglio dell’anno 1792 o, in mancanza di quello, la rubrica “Alla luce della luna”), oppure le Strigi e la Dea (in Angelize, di Aislinn) che si annidano nel Cimitero Monumentale, o infine gli angeli (di solito avvistabili sulle cime dei grattacieli) e i demoni (stanno un po’ ovunque, attenzione!).

Stemma del Ducato di Milano dalla sua costituzione il 5 settembre 1395 (incoronazione a Duca di Gian Galezzo Visconti), mantenuta anche dagli Sforza.

Perché tutte queste creature sovrannaturali si rifugiano a Milano? Beh, la città, come vedremo meglio in un successivo articolo, offre interessanti argomenti di protezione per queste entità leggendarie, che vi sono attratte, quasi fosse un faro. Era un medhelan, all’inizio, un santuario celtico, dedicato agli Dei dei Boschi e alle forze selvagge e primigenie della natura. “Su questo medhelan, si incrociavano forze antiche, che percorrevano la terra come linee di energia, la Spina Dorsale del Drago, e proprio nel punto in cui sorse Milano quelle correnti si incontravano e il Drago rendeva manifesta la sua presenza. Una presenza terribile, un potere primordiale che doveva essere compreso e pacificato, se i mortali volevano vivere alla sua ombra. Doveva essere trasformato in un guardiano, in un protettore. In un genius loci”. Per farlo, fu necessario sottometterlo, domarlo, con i riti e i sacrifici. In questo modo il Drago divenne il simbolo di Milano.

Nello stemma dei Visconti (che regnarono a Milano per secoli) infatti si vede un serpente che divora un essere umano. Racconta il Conte Gorani, che di storia e misteri se ne intende, che “le paludi che si stendevano oltre le mura della città, nell’Alto Medioevo, fossero infestate da un drago. La sua semplice presenza avvelenava l’ambiente, come lo sguardo di un basilisco: le acque, la terra, l’aria stessa. La sua tana era nascosta in prossimità delle muram e la gente non poteva più tollerare la sua vicinanza: presto sarebbero tutti morti avvelenati, o fuggiti. Fu dunque Umberto Visconti, il fondatore della sua casata, a improvvisarsi uccisore di draghi e a muovere contro il mostro, armato come da tradizione soltanto della sua spada e della sua fede. (…) Uccise il drago. E mise la sua immagine nel proprio stemma, altra vecchia abitudine degli eroi.”

Attenzione però. Il Drago non è morto, riposa, calmo e silente, sotto il suolo di Milano, grande come una città, un genius loci che lo stesso Liathan definisce “semplicemente inaffrontabile“. Inoltre, più che vederlo, il Drago si sente, si percepisce, “come un fiume nero di scaglie“, dall’alito soffocante, intriso di palude e di morte. Il Drago è forte, potente, stringe i nemici nelle sue spire, invade i pensieri e la mente dei nemici, avvelenandole, o, molto più semplicemente, li sbrana con le sue fauci. Un consiglio? Se passate da Milano, non fate arrabbiare la Corte del Drago!

Libri di riferimento:
Le due lune, Luca Tarenzi, Alacran Edizioni, 2009.
Quando il diavolo ti accarezza, Luca Tarenzi, Salani Editore, 2011.
Godbreaker, Luca Tarenzi, Salani Edizioni, 2013.

Mio articolo precedentemente apparso su "Le lande incantate".

lunedì 16 aprile 2018

Dietro le quinte di "L'ora del diavolo" - leggende lucchesi (2)


DIETRO LE QUINTE DI "L'ORA DEL DIAVOLO" - Leggende lucchesi (2)

Bentrovati, amici dei mondi fantastici! Pronti per seguirmi lungo i sentieri oscuri delle Alpi Apuane? Oggi vi porto alla scoperta di piccole leggende e tradizioni popolari tipiche di questa zona, compresa tra il mare e la Valle del Serchio. Ci siete mai stati? Sono zone molto belle, sia dal punto di vista paesaggistico, che ricche di folklore. Ecco alcune storie che ho recuperato per inserirle nei miei racconti di "L'ora del diavolo". 

L'OMBRA DI FUMO:

Secondo una leggenda, lungo il sentiero che da Minazzana conduce a Basati (siamo nelle Alpi Apuane meridionali), presso una marginetta si staglia una nuvola di fumo dall'aspetto vagamente umano. Non è cattivo, forse è una povera anima che non ha ancora trovato la via per il paradiso. Si muove avanti e indietro lungo il sentiero, sempre vicino alla marginetta.

Riprendo la leggenda nel racconto "Le fate di pioggia", in cui Fabio, il protagonista, si imbatte in un'ombra di fumo dalle sembianze della madre. In questo caso l'ombra rappresenta la proiezione delle paure del protagonista, che non vuole perdere coloro che ha caro.

Piccola anticipazione: anche nel romanzo "I figli di Cardea", secondo volume della saga "Ulfhednar War", Johanna crea un'ombra di fumo con le sembianze di una persona...

LA MANO NERA NEL POZZO:

Questa è probabile sia una leggenda tipica non soltanto delle Apuane, comunque è interessante e la riprendo sempre nel già citato racconto "Le fate di pioggia", e anche in un altro racconto "Il tesoro nel castello" (tra i finalisti al premio Esecranda 2017 e quindi inserito nell'omonima antologia). Si racconta che i bimbi non debbano affacciarsi ai pozzi perché una mano nero potrebbe afferrarli e trascinarli giù: è uno spauracchio per evitare che ci cadano dentro.

In Maremma, invece, si parla di Occhiomalo, il demone dei pozzi, che sta in agguato in fondo ai pozzi e se ti sporgi troppo vedi questi occhi gialli che ti fissano e poi ti tirano giù. Compare nel mio racconto "Il tempio del destino" inserito nell'antologia "I mondi del fantasy VII", di Limana Umanita Edizioni.



LA DANZA DEGLI SCHELETRI:

Questa leggenda spettrale ha ispirato il mio racconto "Le voci alla Balza", inserito nell'antologia "L'ora del diavolo". Pare che sopra Camaiore, in località La Balza, vi sia una casa diroccata, che la gente cerca di evitare di passarci la notte, poiché pare che all'interno succedano cose strane e vi si verificano singolari apparizioni. Si sentono musiche spettrali, vi sono scheletri che danzano, ma di giorno in realtà non si vede niente, soltanto la notte "ci si vede".

IMPRONTE DEL DIAVOLO:

Impossibile enumerarle tutte. In molti paesini delle Alpi Apuane vi sono delle rocce, delle pietre, dei punti in cui, secondo la leggenda, il diavolo avrebbe lasciato la sua impronta. Ad esempio in una valle fra il monte Carchio e il monte Folgorito; oppure in una roccia presso Colle Asinaio; alla località Ciampaccia, presso il paese di Focola;

Parlo di questa leggenda in vari racconti, ad esempio in "Il mercante di sogni" o "La donna di fuoco".

GLI UOMINI DELLA NEVE

Questa è una storia vera, non una leggenda. Gli uomini della neve erano delle persone che partivano da Cardoso e dai paesi delle basse Apuane e andavano su, in cima alla Pania della Croce, alle Buche della Neve, degli avvallamenti particolari dove l'acqua si fermava e si congelava durante l'inverno. Andavano su, lavoravano il ghiaccio, lo tagliavano e se lo caricavano in spalla, servendosi di gerle particolari, e poi tornavano giù in paese per rivenderlo ai signori che volevano pasteggiare con il ghiaccio! All'epoca, e parliamo di un periodo durato fino al secondo Dopoguerra, non c'erano ovviamente i condizionatori e le macchine per fare il ghiaccio, per cui se qualcuno ne voleva un po', questo era l'unico modo per averlo. Per molte persone, soprattutto uomini di mezza età, è stato per anni una fonte di sostentamento.

A loro ho dedicato il racconto "Gli uomini della neve", inserito nell'antologia "L'ora del diavolo".
Era giovane, mio nonno, ancora un bambino, quando suo padre lo portò la prima volta con sé, lassù, in alto, alle Buche della Neve, dove gelidi spirano i venti e portano con sé il lamento dei dannati. Era giovane, ma sveglio, attento e consapevole, tre doti che, nella lunga salita fino alla cima della Pania, potevano fare la differenza tra salvezza e sconfitta, tra vita e oblio. 
Pania. Ormai la chiamano tutti così, non soltanto i turisti, che vengono a scattar du’ foto; mangiano i tordelli della Rina, con due o tre bicchieri di vino rosso, e ciao, ecco il loro viaggio. 
Pania ormai la chiamano pure i nativi, che hanno dimenticato le sue origini, e le loro. La regina delle Apuane, la signora delle Montagne della Luna, così maestosa da abbagliare l’Ariosto, così fredda che Dante ne trasse il ghiaccio con cui coprì il Cocito, anche se Pania non era ancora. Era Pietrapana, la Pietra delle Apuane e del popolo indomito che le aveva abitate prima che fossero cacciati. I Liguri Apuani. I nostri antenati. 
Mio nonno, dei Liguri, doveva avere il sangue, perché mai si è tratto indietro, sempre pronto a seguire la via che saliva su, al Passo degli Uomini della Neve.
CAPRA BIANCA:

Racconta Paolo Fantozzi, in "Storie e leggende della Versilia": "lungo la via che porta ad Arni, prima di imboccare la Galleria del Cipollaio, appariva una capra tutta bianca che seguiva i radi passanti notturni, poi dopo alcuni metri scompariva misteriosamente nel buio". Qualcuno riteneva fosse il buffardello, uno dei folletti dei boschi. Io in "Il mercante di sogni" e in "In viaggio con te" ritengo sia il diavolo che spia gli uomini, per carpire i loro punti deboli.
(Foto di Elio Bonfanti, presa dal sito Planetmountain)

STRAPIOMBO INFERNALE DEL MONTE NONA:

Il Monte Nona (delle Apuane meridionali) ha una parete a strapiombo, davvero impressionante, al punto che è nata la leggenda per cui si ritiene che sia stato il diavolo a crearla. Ne parlo in "Le fate di pioggia", quando Fabio si ritrova in cima al Monte Nona, a un passo dallo strapiombo infernale.

CECCO MARIO: 

Cecco Mario è un gran ciccione, un uomo benestante che vive in una bella casa, circondato dalle sue nipoti che sono costrette a servirlo e a riverirlo. Lui le tiene barricate in casa, con la scusa che il mondo sia un posto pericoloso, in realtà non vuole spendere soldi per maritarle. Dice di aver rubato il tesoro al diavolo, dandogli persino uno schiaffo e, a riprova di ciò, ha una mano ustionata.

SPOILER: In realtà, come scopriamo alla fine, Cecco Mario ha fatto un patto con il diavolo, che gli ha dato dell'oro in cambio dei suoi servigi. Così il ciccione, per non perdere i suoi privilegi, assolda dei mercenari che si schierano contro i Signori dei Boschi e della Natura; ma, con la caduta del diavolo, anche i suoi inganni vengono meno, e l'oro che Cecco Mario credeva di avere in realtà diventa sterco di capra e le donne del paese lo canzonano e gli pisciano addosso.

Secondo la leggenda, un giorno Cecco Mario salì in località Agrifoglio e iniziò a scavare. A un certo punto apparve il diavolo, che si teneva stretta una cassetta piena di monete d'oro, ma alla vista di quel tesoro Cecco Mario divenne baldanzoso e aggredì il diavolo, mollandogli un ceffone, e siccome era stato veloce e coraggioso le monete non si trasformarono in sterco di capra, ma rimasero d'oro per molto tempo.

(Il bosco del Fatonero, foto di Davide Caramaschi, presa dal sito La nostra storia)

TONINO e RINALDO: 

Compaiono nel racconto "La guerra del Fatonero": sono due atletici e coraggiosi boscaioli, rappresentanti degli abitanti dei paesi delle Montagne della Luna, stufi di subire le angherie del diavolo. 

I nomi sono presi dalla leggenda viareggina di due fratelli (non boscaioli) che una sera, tornando a casa, videro un foglio di carta in terra, che in realtà era Giosalpino (il folletto viareggino, che può assumere varie forme). Rinaldo, ubriaco, diede un calcio al foglio ma Giosalpino si arrabbiò, lo prese per la cintura e lo gettò di là dal fosso.

E anche il nostro appuntamento con le leggende per oggi è finito! A presto con nuovi articoli e retroscena! Per leggerne altri, potete usare i tag "leggende", "leggende locali", "leggende lucchesi", "leggende toscane" e trovarli nel blog! ;)


domenica 15 aprile 2018

Recensione "Die party" di Silvia Castellano

Recensione "Die party" di Silvia Castellano

Bentrovati, viaggiatori dei mondi fantastici! Oggi vi porto in Germania, dove è ambientato il racconto lungo "Die party", di Silvia Castellano, un urban fantasy, ossia una storia fantastica ambientata in un contesto urbano. Genere che, come noto, io adoro! Per cui quando ho visto questo ebook non ho esitato ad acquistarlo.

Piccola info: "Die party" è uno dei primi libri pubblicati dalla Collana Starlight, marchio di Pub.me, diretta da Jessica Maccario. Ve l'avevo presentata in quest'articolo.

Passiamo al racconto. Ok, ammetto che all'inizio temevo si rivelasse un soporifero paranormal romance, invece la storia, pur avendo un taglio e un'atmosfera adolescenziali, lascia da parte le manfrine amorose e si concentra sull'azione, sull'interazione tra i personaggi e sui risvolti fantastici che danno vita al mondo creato dall'autrice. Su quest'ultimo punto, ahimè, non posso parlare molto, per non anticipare gradite sorprese al lettore; sottolineo gradite, perché ci sono un paio di colpi di scena originali e ben studiati. Lo stesso universo fantastico viene introdotto gradatamente, non di colpo, tanto che all'inizio sembra quasi di leggere una storia di vita reale.

Lo stile è semplice, lineare, curato, dà vita a un testo scorrevole che si legge in poche ore. Anche la scelta di avere un solo narratore, ossia la protagonista, permette di scivolare meglio dentro la storia, filtrando gli eventi dal suo punto di vista, una scelta pratica e, a mio parere, adatta per un racconto.

I personaggi sono interessanti. Lyla, la protagonista, nonché voce narrante, si dibatte tra l'aiutare il suo migliore amico Jan, che ha una cotta per una femme fatale di nome Patricia, e i suoi sentimenti di amore/odio per Alex, "il ragazzo più arrogante, borioso e sexy dell'intero pianeta". Ho apprezzato l'atmosfera familiare e casalinga che lega questi personaggi, il loro vederli interagire nel mondo normale, e anche la figura di Lyla. Non per maschilismo, ma spesso i personaggi femminili creati da scrittrici (donne) sono super fighe cazzutissime che, senza un briciolo di qualità, sconfiggono negromanti leggendari o signori oscuri semplicemente perché sono le protagoniste. Lyla, invece, è una ragazza normale, che cerca di ritagliarsi un proprio spazio nel mondo, senza voler fare la primadonna ma, al tempo stesso, senza voler fare da zerbino a nessuno, forte e fiera del suo carattere e di ciò che è. Anche se magari un po' confusa sui suoi sentimenti, ma glielo concediamo, è una ragazza, in fondo. Infine, graditissimo il fatto che non sia l'ennesima principessa da salvare, anzi...

Passando all'elemento fantastico, nel romanzo troverete dei mutaforma, come si evince dalla copertina. Ma chi sono? Che abilità hanno? Eh, queste cose le scoprirete leggendo il racconto. Da quanto ho capito, inoltre, questo racconto, sia pur autoconclusivo e quindi fruibile anche senza aver letto gli altri, appartiene a una serie più ampia creata dall'autrice, in cui ritornano i vari personaggi. Il finale, infatti, è aperto e lascia spazio a nuove avventure di Lyla, Alex & co.

In conclusione, una lettura piacevole, non impegnativa, che regalerà a molti di voi un pomeriggio in compagnia dell'universo fantastico creato da Silvia Castellano, stuzzicando magari qualcuno a proseguire con la scoperta dei suoi libri. Buona lettura!


venerdì 13 aprile 2018

Segnalazione "Cenere sulla brughiera", di Francesca De Angelis


Segnalazione "Cenere sulla brughiera", di Francesca De Angelis

Bentrovati, amici lettori! Oggi vi porto negli USA, per scoprire la vita di Catherine Barret, protagonista del romanzo "Cenere sulla brughiera", di Francesca De Angelis! ;)

Titolo: Cenere sulla Brughiera
Autore: Francesca de Angelis
Editore: Arduino Sacco Editore
Genere: Narrativa Contemporanea/Young Adult
Formato: cartaceo
Pagine: 228
Prezzo: 17,90
ISBN: 978-88-6951-219-3
Disponibile su tutti gli store di libri (sito editore).

Trama: Catherine Barret nacque in una piccola cittadina dello Yorkshire, crescendo felice fra le brughiere che caratterizzano quei luoghi. Un’infanzia ridente che sembrava poter durare in eterno viene spezzata dalla morte dei suoi genitori Elizabeth e Robert Barret. Cathy assieme alla nonna Mary e alla sua infantile zia Clarisse viene è costretta ad immigrare negli Usa. 
Dopo la morte della nonna, seguita successivamente da quella della zia, Catherine viene affidata ai Finch una coppia snob e sgarbata che la maltratta in continuazione. La ragazza troverà un po' di sollievo con l'amicizia e successivamente storia d'amore con il tormentato Logan suo compagno di classe, ragazzo fragile che cela la sua infelicità con una facciata allegra e solare. Dopo giorni di idillio, Logan scompare. Catherine dovrà così fronteggiare da sola il bullismo dei suoi compagni di classe. 
Fra mille peripezie dopo essere scampata ad una violenza di gruppo da parte dei suoi compagni, si ritroverà a fuggire per la campagna, braccata dalla polizia che la considera responsabile della morte dei suoi amici e dei suoi genitori adottivi. Cathy da innocente verrà condannata alla pena capitale dopo essersi ricongiunta con Logan ed aver appreso di essere stata usata da John Cabol un perfido avvocato amico dei Finch, assassino degli stessi che ha visto in lei lo strumento ideale per realizzare i suoi loschi piani. 
Il lieto fine arriverà solo con la pace eterna, poiché nelle mie storie spesso è solo l'aldilà il luogo di pace. Nei miei racconti i protagonisti sono quasi sempre ragazzi soli e gli adulti che dovrebbero proteggerli diventano spietati carnefici senz'anima. Solo gli adulti deboli, in questo caso rappresentati dall'infantile ed un po' pazza zia Clarisse e gli anziani nonni di Logan rappresentano il bene che però è sempre destinato a soccombere. 
In questo romanzo ispirato a “Cime Tempestose” spesso citato nel libro come romanzo preferito dalla protagonista ho voluto rappresentare il lato oscuro nel mondo dove la vita, la felicità e l'amore vengono abbattuti dal denaro e dalla sete di potere qui rappresentati dal malvagio avvocato Cabol.

Aprì lentamente gli occhi e trovò Logan seduto al bordo del letto, intento a guardarla dormire.
<<Scusami ti ho svegliato>> le disse con un sorriso. <<Sono proprio un egoista, signorina Catherine>>
<<Tu non sei egoista>> mormorò Catherine mettendosi a sedere sul letto accanto a lui. <<Inoltre sono contenta che sei sceso. Stavo per venire su io>>
Rimasero qualche minuto in silenzio contemplandosi, Logan le prese le mani e le strinse con forza fra le sue.
<<Hai paura?>> chiese Catherine dopo un po', sussurrando.
<<Di che cosa?>>
<<Di me, di te>> rispose la ragazza lentamente. <<Di noi, di quello che c'è successo>>
<<È successa la cosa più bella che poteva capitarmi>> le rispose il ragazzo. <<Non sono mai stato così felice in tutta la mia vita, te l'ho già detto>> Poi la fissò preoccupato e le chiese. <<Hai dei ripensamenti?>>
<<Certo che no!>> esclamò Cathy in tono un po' troppo forte. <<È solo che...se dovessimo lasciarci, io non sopporterei di perderti>>
<<Non succederà>> le disse lui con fermezza.
<<Può capitare>>
<<Non a noi>>
<<Come lo sai?>>
<<Lo so e tanto ti basti, signorina Catherine>> le rispose Logan sorridendo. <<Dici che non sopporteresti di perdermi, ma se fossi io a perderti, non perderei solo la vita ma la mia stessa anima, il mio cuore e ogni cosa, la vita, la morte, l'eternità, tutto sarebbe privo di ogni valore. È così che ho vissuto per tanti anni, Catherine. Finché tu non mi hai salvato da questa pura solitudine che chiamano esistenza. Lasciarmi nel buio dopo che mi hai mostrato la via per la luce, quello sarebbe un ottimo modo per uccidermi. Preferirei che ti alzassi e, afferrato uno di quei coltelli chiusi nel cassetto, me lo affondassi nel cuore squarciandolo lentamente. Morire per mano tua sarebbe la migliore delle grazie piuttosto che vivere un altro giorno con il mio spirito lontano dal tuo.>>
Cathy annuì. Le parole di Logan avevano sempre il potere di farle illuminare il cuore. Sull'orlo delle lacrime, Cathy si sentì in dovere di confidargli ciò che sentiva.
<<Ti credo>> gli disse rassicurandolo. <<Ti credo e c'è un’altra cosa che devo confessarti. Mi sono confidata con la zia, esternando con lei i miei sentimenti per te. Vedi, non so esprimerlo bene e magari ti sembrerà anche piuttosto irrispettoso da parte mia ma, quando ti guardo, mia sembra come se tu mi appartenessi, come se il mondo fosse proteso in avanti e dicesse: “Ecco, Catherine, una parte della tua anima è nascosta nel corpo di questo giovane dai capelli dorati”.>>
<<Non è irrispettoso>> replicò Logan. <<E non hai idea della felicità che le tue parole hanno infuso in me, signorina Catherine. Adesso voglio una risposta, o sì o no. Ma sappi che se anche dirai di no, non smetterò mai di amarti e mi terrai legato a te come un povero carcerato che muore di fame e sete aspettando di essere giustiziato sulla sedia elettrica>>
Catherine lo guardò. I fiori del suo cuore, nutriti dalle parole di Logan attecchirono in modo tale da passare a fil di spada le nemiche paure ormai senza armatura.
<<Sì>> rispose la giovane annuendo avidamente. <<La mia risposta è sì>>
<<È la scelta giusta>> le disse sorridendo. Poi si fece pensieroso e le chiese. <<Ami i fiori?>>
<<L'erica, no?>> ripose Cathy.
<<Hai ragione>> le disse. <<Ma qui di erica non ce n'è.>>
<<Vorrei regalarti io qualche cosa>> mormorò Catherine sorridendo sorniona.
<<Cosa?>>
Catherine si alzò dal divano e andò al frigorifero dove era stata riposta la Creme Brulee che per ovvi motivi non era riuscita a finire. La tese a Logan che dopo averla ringraziata prese a mangiarla con gusto. Con ancora una mano intrecciata con la sua, Catherine fu investita dalla pallida luce dell'alba.
<<È il nostro primo giorno come coppia>> disse Logan affondando il cucchiaino nel dolce. <<Il Sole saluta un amore appena nato.>>
E così la Creme Brulee sancì il patto d'amore, ma non prima che Logan ebbe lasciato l'ultimo boccone alla sua amata signorina Catherine.



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Biografia dell’autore: Francesca De Angelis nacque a Roma il 10-04-1991 in una gelida giornata di primavera, l'unica sopravvissuta a potenziale parto plurigemellare. Per avere un quadro di quella che fu la sua infanzia, basta guardare uno di quei film anni ‘30 con protagonista Shirley Temple dove il lieto fine è presto detto. Le sue giornate erano scandite dalla scuola e dai giochi con gli amici sotto l'occhio vigile della nonna, una signora energica e un po' mascolina che le raccontava spesso le storie e le leggende che aveva appreso dal paesino di montagna dov'era cresciuta.

Così nutrita da storie su fate, folletti e principesse l'immaginazione della piccola Francesca iniziò ad essere fertile. Un contributo venne anche dalla florida e grassottella zia materna che ogni pomeriggio, aiutata dalla collana dei libri “I Quindici” rendeva ancora più forte il suo desiderio di lettura. C'era un periodo della sera, che Francesca trovava magnifico in cui il buio cadeva sulla casa della nonna, dove ogni angolo poteva celare un mistero od un bizzarro animale. Essa appariva agli occhi della bimba come un castello incantato.

Qualche anno dopo il castello incantato arrivò davvero. A nove anni, dopo la morte della nonna, seguita a breve da quella della zia, la depressione iniziò a divagare nel suo corpicino spingendolo a vedere il lato più orribile del mondo. Qualcuno però non voleva vederla soffrire. Il giorno del suo decimo compleanno qualcuno le recapitò un regalo molto speciale che cambiò per sempre la sua vita. Il regalo era il terzo volume della saga di Harry Potter, della scrittrice britannica J.K. Rowling che divenne da allora la sua Fata Madrina cosmica. Quel romanzo le fece capire come la scrittura, il semplice poggiare una penna su un figlio potesse rinvigorire il suo animo in maniera ancora maggiore di quanto potesse fare qualunque medicina.

Da ragazzina Francesca prese ad amare la scrittura e usando delle vecchie bambole prese a dar vita ai suoi personaggi. Oggi, che la sua vita è passata per un quarto ha da poco pubblicato il suo primo romanzo “Cenere sulla Brughiera” per la casa editrice Arduino Sacco. E, sebbene il cammino verso la felicità sia ancora lungo e tortuoso, continua a scrivere non volendo mai abbandonare l'attività che ama di più e che la salva ogni giorno dal finire nel baratro.



mercoledì 11 aprile 2018

Segnalazione "I figli della follia" di Vittoria Agostinelli

Segnalazione "I figli della follia" di Vittoria Agostinelli


Bentrovati, viaggiatori di mondi fantastici! Oggi vi porto nel mondo creato da Vittoria Agostinelli... non molto lontano, in realtà, giusto una trentina di anni nel futuro, dove però qualcosa di sconvolgente è accaduto! Pronti per scoprire "I figli della follia"?


Titolo: I figli della follia
Autore: Vittoria Agostinelli
Editore: GDS
Genere: Fantasy
Formato: cartaceo e e-book
Pagine: 368
Prezzo: cartaceo 17,90 euro, e-book 2,99 euro
ISBN: 978-8867827657

Disponibile su tutti gli store di libri e ebook (Amazon).

Trama: Anno 2048. La Terra sembra essere stata catapultata indietro di centinaia d’anni, a causa di una devastante guerra di proporzioni mondiali. I ‘Figli della follia’ sono persone che possiedono poteri soprannaturali, a causa di un’alterazione del DNA provocata dalla guerra. 

Sull’Europa si affaccia la minaccia di Gabriel Lefèvre, un Figlio della follia vampiro che ha l’obiettivo di assoggettare tutte le nazioni e creare un mondo dominato dai Figli della follia; egli rapisce Demian, un giovane ma potentissimo Figlio della follia che ha il potere di dominare gli elementi, con l’intenzione di usarlo per i propri scopi. Sua sorella Vèra si mette in viaggio per ritrovarlo, insieme a una squadra di soldati guidata da Aaron Eyewolf, un soldato dalle capacità straordinarie con un passato doloroso alle spalle.     

Dall’Italia alla Francia, in un futuro che non vi aspettereste, un’avventura che avrà dei risvolti color sangue. Una storia di coraggio, paura e diverse forme d’amore, che non manca di fare una piccola grande critica alla società di oggi.
Mentre Demian si massaggiava i polsi, il vampiro camminò verso il tavolo con le mani dietro la schiena; indicò con un gesto la caraffa di vino.
«Ne vuoi un po’?» domandò con garbo, sorridendo affabile.
«Non voglio niente da te», rispose Demian. Lefèvre non si scompose e tornò di fronte a lui, inarcando le sopracciglia.
«Sarebbe più semplice se tu non fossi così ostile.» «Perché dovrei renderti le cose semplici?» Il vampiro scoppiò in una sonora risata, poi scosse la testa.
«Intendevo semplice per te, piccolo Demian» puntualizzò, guardandolo dall’alto.


Biografia dell’autore:

Vittoria Agostinelli è nata a Roma nel 1991 e attualmente vive in provincia con il marito. Dopo essersi diplomata col massimo dei voti in grafica pubblicitaria, ha intrapreso un percorso universitario incentrato sugli studi storico artistici. Ama la lettura e la scrittura sin da quando era bambina e questo l’ha portata ad aprire un canale You Tube dedicato ai libri, “Che libro mi (s)consigli??”, oltre a un altro dedicato alle ricette di cucina: “Le dolcezze di Viky”.        

“I figli della follia” è il suo romanzo d’esordio, una storia che aveva in mente sin dalla scuola superiore e alla quale è riuscita, infine, a dare forma concreta.        


Per rimanere aggiornati sui lavori dell'autrice, visitate la sua pagina FB: I figli della follia.