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lunedì 14 maggio 2018

Dietro le quinte di "L'ora del diavolo" - leggende lucchesi (3)

DIETRO LE QUINTE DI "L'ORA DEL DIAVOLO" - leggende lucchesi (3)

Continuano gli articoli dedicati alle leggende locali che mi hanno ispirato nella stesura dei racconti che compongono "L'ora del diavolo". Oggi parliamo dei "cattivi", gli antagonisti spesso alleati con il diavolo, creature difficili, pericolose, che mettono i bastoni tra le ruote ai protagonisti.

AVVERSIERI: nel mio racconto "La guerra del Fatonero" è un pirata, piuttosto strafottente, che non esita a rivolgersi al diavolo con un tono troppo confidenziale (e infatti viene subito rimesso al suo posto!). Guida le legioni del diavolo, in particolare la schiera di fantasmi pirati che un tempo con lui (o prima di lui) infestavano il Mediterraneo abbordando le navi.

Nelle leggende delle Apuane invece l'Avversieri è molto semplicemente il diavolo, uno dei nomi con cui il diavolo viene indicato. Ad esempio, sulle Apuane meridionali non è raro sentire, quando scompare qualocsa (o, peggio ancora, qualcuno): "l'avrà preso il linchetto" o "l'avrà preso il diavolo o l'avversieri". Con una veloce ricerca in rete ho scoperto che in realtà il termine è usato, per indicare il demonio, anche in altre regioni, persino nella lontana Sicilia: se ne parla ad esempio nelle Fiabe Popolari di Giuseppe Pitrè (leggibili qua); in alcuni canti popolari vicentini e ovviamente toscani.

LUPI DI COMPIGNANO: Compignano è un paesino sul versante interno del Monte Quiesa, il lato cioè che si affaccia su Nozzano e la piana di Lucca. Ci sono i lupi? Probabilmente un tempo ce ne erano e hanno ispirato la storiella (citata da Paolo Fantozzi nei suoi libri sulle leggende lucchesi) della ragazza cacciata di casa dalla madre: "Ti prendano i lupi!" le avrebbe urlato, salvo poi pentirsene amaramente quando, rientrata dal Corpus Domini, la trovò dilaniata dai lupi. 

La leggenda potrebbe essere realmente avvenuta (o forse ispirata a un fatto simile), dato che viene citata anche in alcune opere sulla storia di Lucca, ad esempio in "Guida sacra alle chiese di Lucca per tutti gli anni del Signore, nella quale si contengono le feste stabili e mobili di tutto l'anno ... con una esatta correttissima cronologia de' vescovi ed arcivescovi di questa citta" di Gabriele Grammatica (1736).

Quest'idea mi ha ispirato l'inserimento di un branco di lupi guerrieri (ma non cattivi! Come avrete notato leggendo il racconto) provenienti da Compignano. Leggenda che ho sfruttato in "La guerra del Fatonero" e nel racconto "La lupa di sangue", che non fa parte di "L'ora del diavolo", ma inserirò in una futura raccolta di racconti sul folklore toscano. Al momento potete leggerlo nell'antologia GRATUITA "Oltre i media", di Panesi Edizioni.



SERPE REGOLA: la Serpe Regola è un'orribile serpe, lunga almeno dieci metri, con il corpo largo quanto una gamba d’uomo adulto, aveva una grossa testa, dai lineamenti quasi umani, con una scaglia di vetro conficcata in fronte, come fosse un terzo occhio. In “La guerra del Fatonero” uccide, tra gli altri, il povero Rinaldo, venendo però uccisa da Lencio Meo.

Sul blog del collega scrittore Dario Arzilli c'è un interessante articolo al riguardo: il serpente regolo sarebbe nientepopodimenoche il basilisco!

GAMBA GIALLA: infine la più singolare delle leggende. Scommetto che, leggendo il racconto, tutti vi sarete chiesti (quantomeno chi abita lontano dalla Versilia) cosa fosse questa gamba gialla, forse un arto che colpisce i nemici scalciando? Eh no, è una gallina invece, una gallina molto grossa e vorace che becca insistentemente i poveri buffardelli che scappano impauriti. Occhio a non farla arrabbiare!

La gamba gialla compare nel racconto "La guerra del Fatonero", ma è anche uno degli avversari di Burlaman in "La vera storia di Burlaman" (racconto inserito nell'antologia "Tracce. Cinque passi in Versilia") e infine è citata persino da Gigi in "La guerra dei lupi".

Infine, ecco il bosco del Fatonero! Un nome che odora di leggenda! :)


BOSCO DEL FATONERO: il Fatonero è un bosco abbarbicato al monte Fiocca pieno di fascino e di mistero che si percorre sempre con piacere per dirigersi da Arni al Passo di Fiocca ed oltre. È ben visibile da lontano la sua macchia verde-scuro che cambia colore con le stagioni. L’origine del nome è da faeto-a dal latino fagetum diffuso nella toponomastica toscana dal X secolo e proprio Fatonero è il toponimo più alto nella nostra regione.


Il nome è riferito a faggio nero ed al fatto che il fitto bosco non lasciasse passare i raggi solari: da lontano il bosco appare come una macchia verde-nera. Nella fantasia popolare il bosco era abitato da folletti e dal famigerato Linchetto, dispettoso e disturbatore sia di uomini che di animali. Gli spiriti ed i folletti di notte vagavano per il bosco e danzavano tenendosi per mano e creando magici giochi di luce. Queste storie sono sopravvivenze di miti e riti dei Liguri Apuani e del loro culto degli alberi e degli spiriti tutelari delle foreste a cui si sono sovrapposti poi miti latini e germanici. Non dimentichiamo che i liguri furono sostituiti da popolazioni di origine latina che si mescolarono poi con tutte le genti che invasero a più riprese la penisola. 

Al prossimo aggiornamento con le altre leggende di "L'ora del diavolo".



mercoledì 18 aprile 2018

Leggende urbane: storie e leggende milanesi


Leggende urbane: storie e leggende milanesi

Passeggiare per una grande città, come Milano, significa imbattersi, a ogni angolo, in un pezzo di storia e cultura, ma anche, se si guarda oltre la foschia in cui è immersa la vita dei mortali, in pezzi di leggende che, nonostante il trascorrere degli anni, sono ancora reali. Vivide. In mezzo a noi. Non a tutti è consentito vedere quel che si cela nell’ombra, solo a chi ha “occhi antichi, abituati a guardare”. Agli altri le cose scivoleranno via, nella coda dell’occhio.
“Sotto l’asfalto e il cemento di Milano, sotto la nebbia e lo smog e il frastuono del traffico si muovono forze invisibili, antichissime e molto, molto potenti.”
Se passate vicino a Corso Magenta, e infilate in Via Gorani, potete vedere i resti del palazzo ove dimorava l’omonima famiglia che, tra i tanti membri, ha avuto un illustre e singolare rappresentante, il conte Giuseppe Gorani. Nato a Milano nel 1740, è stato molte cose in vita: uno scrittore, un diplomatico, un avventuriero, spesso al servizio di questo o di quel governo. Di lui, il Dizionario Biografico degli Italiani fornisce un’attenta biografia storica, ma a noi, che interessa andare oltre la storia, non basta. Ciò che è interessante sottolineare, del Conte Gorani, è il suo carattere avventuriero e avventuroso, sempre pronto a imbarcarsi in nuove situazioni, come racconta lui stesso nell’opera autobiografica Mémoires secrets et critiques des cours, des gouvernemens et des moeurs des principaux états d’Italie, pubblicata nel 1793 e consultabile online.

Tra le tante voci e leggende trapelate sul suo conto, si dice che il Conte Gorani fosse un noto alchimista, come Cagliostro, e che, grazie alle conoscenze ereditate dal padre, avesse addirittura il potere di mutare i metalli in oro. Cambiò nome (e forse anche aspetto) più volte e, sebbene tutti lo credessero morto a Ginevra nel 1819, continuò a girare per l’Europa. Un dato, quest’ultimo, che trova conferma in “Le due lune” di Luca Tarenzi. Qua, il Conte Gorani, incontrato per la prima volta da Veronica nell’Ossario di San Bernardino, è un uomo a cui è difficile dare un’età. Ha “capelli scuri, semilunghi, tirati indietro a scoprire la fronte ampia, con una traccia di grigio sulle tempie; un volto magro, aquilino, con il mento lungo e il naso affilato, ma labbra grandi che sembravano quasi fuori posto su un viso come quello. Occhi di un verde intenso, grandi, potentemente espressivi”. Indossa un soprabito nero e porta “un anello d’oro lavorato a formare una testa di ariete”, un oggetto antico, quasi magnetico. È avvolto da un’aura particolare, simile a un’ondeggiante ombra di fumo, percorsa da scintille, tutto ciò che resta della sua vita mortale.

Il Conte è un uomo enigmatico, molto colto, dotato di profonda (e anche oscura) conoscenza su vari campi del sapere umano, dalla storia delle culture e delle religioni del mondo a quella che potremmo definire magia. È stato un diplomatico, di facciata, ma una spia in realtà, l’antenato degli agenti segreti, sfruttando la sua giovinezza e l’ingegno per avere accesso agli uomini e alle donne più potenti del mondo. Fece parte della Massoneria ma poi approdò a segreti più antichi, più occulti, venendo iniziato ai misteri. Fece diffondere la voce della sua morte e continuò a vivere, compiendo il sacrificio più estremo. Svegliò il Drago, genius loci di Milano, e in cambio del tempo che desiderava gli offrì il suo ultimo istante di vita, divenendo il Senza Morte. In questo modo può sentire le voci dei morti, continuando a vivere nel suo ultimo istante di vita, prolungato all’infinito.
“Sono stato un soldato, una spia, un idealista, un rivoluzionario, un mago. Oggi sono solo un uomo che vuole continuare a vivere, come ogni altro uomo al mondo”.
E per farlo il Conte è disposto a tutto, al punto da essere temuto persino dai demoni. Anche Azazel, in “Quando il diavolo ti accarezza”, dichiara di non fidarsi di lui poiché “tenterebbe di ribaltare la situazione a suo vantaggio”.

Un altro nobile ancora in giro nella Milano di oggi è il marchese Acerbi, anch’esso mal visto da Azazel, che sa che “chiederebbe qualcosa in cambio, qualcosa di subdolo, infido e solo in apparenza innocente”. In attesa di vederlo comparire in qualche romanzo di Luca Tarenzi, qua un articolo per chi volesse indagare sul “Diavolo di Porta Romana”.

La terza nobildonna nota nella città del Drago è la Contessa Arese, che ospita Edwin nella sua torre in “Godbreaker”. Lei è una Dama Bianca, ossia l’anima di un morto col potere di una divinità minore. Il suo nome, un tempo, era Antonietta Fagnani Arese, una nobildonna del Diciannovesimo secolo, famosa per la sua cultura e per i suoi mille amanti, tanto che alla fine se la portò via la sifilide. Ma, a sentire Liathan, non “doveva avere tanta voglia di morire” ed è rimasta a infestare la Terra. “La fama è sopravvissuta alla sua morte, le apparizioni del suo spettro l’hanno alimentata e la fama ha alimentato lo spettro stesso”.

Vive in solitudine in una torre antica, in un angolo del parco del Castello Sforzesco, vicino all’Arco della Pace, circondata dalla nebbia che la protegge e la rende invisibile agli occhi degli umani. Il suo corpo è composto di nebbia, di cui si serve per comporre la propria figura. Il suo guardaroba è piuttosto ridotto e indossa quasi sempre un abito candido, a gonna ampia, e con un’ancor più ampia scollatura, con in testa un cappello con il velo. Non ama farsi vedere in faccia. Ha sensi molto acuti con cui riesce a percepire i movimenti di coloro che si avvicinano alla Torre. Appartiene, assieme ad altri quattro membri, alla Corte del Drago di Milano ed è molto attaccata alle tradizioni e pronta a condannare chi le violenta.

Di certo ci sono altri nobiluomini in città ma tendono a non farsi vedere, rimanendo nell’ombra, o nella nebbia, a osservare e preparare i loro piani. Sempre nell’ombra vivono i Sotterranei, il Popolo delle Profondità, entità difficili da definire fisicamente, quasi delle sagome di pura ombra. Si muovono, di rado, in superficie, senza mai essere visti dai mortali, tranne chi, come Veronica Meis, li vede con la coda dell’occhio. Vengono “dall’altra sponda di quell’oceano inquieto e mutevole che i mortali chiamano sogni e non portano mai niente di buono nel mondo. Semmai, portano via. Anche persone, a volte”. Azazel, che ormai è un umano, non ha molta simpatia per loro e cerca di tenersene alla larga, sebbene in certe strade oscure del Mercato Vecchio sia possibile incontrarli.

Ci sono però anche personaggi positivi e istronici a Milano, come il buon Settala, apparso in “Quando il diavolo abbaia”. Chi è Settala? “Tante cose. Un meccanico, un alchimista, un tuttofare, un collezionista, tra le altre”. Noto anche ai demoni, vive tranquillo la sua esistenza in un garage, senza dar noia a nessuno e senza intromettersi nelle varie contese sovrannaturali che, di tanto in tanto, devastano la città. Fisicamente è un uomo basso, con un “viso bizzarro, rotondo senza essere paffuto e largo quasi quanto era alto, con una fronte vasta e bombata, occhi enormi e bocca minuscola, da pesce, contornata da due baffetti e un ciuffo di barba. Completava il quadro una gran massa di capelli brizzolati, lunghi sui lati ma tagliati sotto la nuca in una pettinatura d’altri tempi che li faceva somigliare a una parrucca”. Indossa, di solito, una tuta blu da meccanico, muovendosi con una camminata a scatti che irradia energia nervosa a ogni passo. È beneducato, cortese con le donne, generoso, non esita a condividere il proprio cibo con gli ospiti.

Vive in una casa vicino a Porta Vigentina, con un’officina integrata, dove svolge i suoi lavori. Un’officina parecchio incasinata e ricolma di oggetti e utensili di ogni tipo, con cui ripara non soltanto macchine, anche esseri umani e demoni all’occorrenza. Possiede una collezione molto vasta di parti di animali, che la gente definisce wunderkammer, ma che per lui è un museo, “la più grande raccolta dell’estremo”che Milano abbia mai visto. La sua figura è ispirata a Manfredo Settala, canonico di San Nazzaro in Brolo, vissuto nel Diciassettesimo Secolo, e figlio di Ludovico, da cui ha ereditato il senso del magnifico e del grottesco e l’interesse scientifico. È noto, appunto, per la sua Camera delle Meraviglie, una collezione di oggetti scientifici di ogni tipo, catalogabili in tre grandi sezioni: i Naturalia, cioè oggetti forniti all’uomo direttamente dalla natura, e suddivisibili a loro volta in animali, vegetali, minerali; gli Artificialia, cioè le creazioni dell’uomo, che grazie alla sua perizia modifica i naturalia secondo le proprie esigenze o estro; i Curiosa, cioè tutto ciò che può incuriosire o stupire in quanto monstra, cioè extra norma. Il Museo Settala poteva, secondo alcuni studiosi e per certi versi, inserirsi in quel filone collezionistico che andava all’epoca di Manfredo sotto il nome di Wunderkammer, o camera delle meraviglie, collezioni diffusesi soprattutto nel centro Europa a partire dal tardo Cinquecento.

Oltre ai nobili, ai Sotterranei e a personaggi stravaganti come Settala, Milano è popolata da altre creature, di per sé non tipiche della città ma che a Milano assumono caratteristiche particolari, come i licantropi (lo sa bene chi ha letto il Giornale circostanziato di quanto ha fatto la bestia feroce nell’Alto Milanese dai primi di Luglio dell’anno 1792 o, in mancanza di quello, la rubrica “Alla luce della luna”), oppure le Strigi e la Dea (in Angelize, di Aislinn) che si annidano nel Cimitero Monumentale, o infine gli angeli (di solito avvistabili sulle cime dei grattacieli) e i demoni (stanno un po’ ovunque, attenzione!).

Stemma del Ducato di Milano dalla sua costituzione il 5 settembre 1395 (incoronazione a Duca di Gian Galezzo Visconti), mantenuta anche dagli Sforza.

Perché tutte queste creature sovrannaturali si rifugiano a Milano? Beh, la città, come vedremo meglio in un successivo articolo, offre interessanti argomenti di protezione per queste entità leggendarie, che vi sono attratte, quasi fosse un faro. Era un medhelan, all’inizio, un santuario celtico, dedicato agli Dei dei Boschi e alle forze selvagge e primigenie della natura. “Su questo medhelan, si incrociavano forze antiche, che percorrevano la terra come linee di energia, la Spina Dorsale del Drago, e proprio nel punto in cui sorse Milano quelle correnti si incontravano e il Drago rendeva manifesta la sua presenza. Una presenza terribile, un potere primordiale che doveva essere compreso e pacificato, se i mortali volevano vivere alla sua ombra. Doveva essere trasformato in un guardiano, in un protettore. In un genius loci”. Per farlo, fu necessario sottometterlo, domarlo, con i riti e i sacrifici. In questo modo il Drago divenne il simbolo di Milano.

Nello stemma dei Visconti (che regnarono a Milano per secoli) infatti si vede un serpente che divora un essere umano. Racconta il Conte Gorani, che di storia e misteri se ne intende, che “le paludi che si stendevano oltre le mura della città, nell’Alto Medioevo, fossero infestate da un drago. La sua semplice presenza avvelenava l’ambiente, come lo sguardo di un basilisco: le acque, la terra, l’aria stessa. La sua tana era nascosta in prossimità delle muram e la gente non poteva più tollerare la sua vicinanza: presto sarebbero tutti morti avvelenati, o fuggiti. Fu dunque Umberto Visconti, il fondatore della sua casata, a improvvisarsi uccisore di draghi e a muovere contro il mostro, armato come da tradizione soltanto della sua spada e della sua fede. (…) Uccise il drago. E mise la sua immagine nel proprio stemma, altra vecchia abitudine degli eroi.”

Attenzione però. Il Drago non è morto, riposa, calmo e silente, sotto il suolo di Milano, grande come una città, un genius loci che lo stesso Liathan definisce “semplicemente inaffrontabile“. Inoltre, più che vederlo, il Drago si sente, si percepisce, “come un fiume nero di scaglie“, dall’alito soffocante, intriso di palude e di morte. Il Drago è forte, potente, stringe i nemici nelle sue spire, invade i pensieri e la mente dei nemici, avvelenandole, o, molto più semplicemente, li sbrana con le sue fauci. Un consiglio? Se passate da Milano, non fate arrabbiare la Corte del Drago!

Libri di riferimento:
Le due lune, Luca Tarenzi, Alacran Edizioni, 2009.
Quando il diavolo ti accarezza, Luca Tarenzi, Salani Editore, 2011.
Godbreaker, Luca Tarenzi, Salani Edizioni, 2013.

Mio articolo precedentemente apparso su "Le lande incantate".

lunedì 16 aprile 2018

Dietro le quinte di "L'ora del diavolo" - leggende lucchesi (2)


DIETRO LE QUINTE DI "L'ORA DEL DIAVOLO" - Leggende lucchesi (2)

Bentrovati, amici dei mondi fantastici! Pronti per seguirmi lungo i sentieri oscuri delle Alpi Apuane? Oggi vi porto alla scoperta di piccole leggende e tradizioni popolari tipiche di questa zona, compresa tra il mare e la Valle del Serchio. Ci siete mai stati? Sono zone molto belle, sia dal punto di vista paesaggistico, che ricche di folklore. Ecco alcune storie che ho recuperato per inserirle nei miei racconti di "L'ora del diavolo". 

L'OMBRA DI FUMO:

Secondo una leggenda, lungo il sentiero che da Minazzana conduce a Basati (siamo nelle Alpi Apuane meridionali), presso una marginetta si staglia una nuvola di fumo dall'aspetto vagamente umano. Non è cattivo, forse è una povera anima che non ha ancora trovato la via per il paradiso. Si muove avanti e indietro lungo il sentiero, sempre vicino alla marginetta.

Riprendo la leggenda nel racconto "Le fate di pioggia", in cui Fabio, il protagonista, si imbatte in un'ombra di fumo dalle sembianze della madre. In questo caso l'ombra rappresenta la proiezione delle paure del protagonista, che non vuole perdere coloro che ha caro.

Piccola anticipazione: anche nel romanzo "I figli di Cardea", secondo volume della saga "Ulfhednar War", Johanna crea un'ombra di fumo con le sembianze di una persona...

LA MANO NERA NEL POZZO:

Questa è probabile sia una leggenda tipica non soltanto delle Apuane, comunque è interessante e la riprendo sempre nel già citato racconto "Le fate di pioggia", e anche in un altro racconto "Il tesoro nel castello" (tra i finalisti al premio Esecranda 2017 e quindi inserito nell'omonima antologia). Si racconta che i bimbi non debbano affacciarsi ai pozzi perché una mano nero potrebbe afferrarli e trascinarli giù: è uno spauracchio per evitare che ci cadano dentro.

In Maremma, invece, si parla di Occhiomalo, il demone dei pozzi, che sta in agguato in fondo ai pozzi e se ti sporgi troppo vedi questi occhi gialli che ti fissano e poi ti tirano giù. Compare nel mio racconto "Il tempio del destino" inserito nell'antologia "I mondi del fantasy VII", di Limana Umanita Edizioni.



LA DANZA DEGLI SCHELETRI:

Questa leggenda spettrale ha ispirato il mio racconto "Le voci alla Balza", inserito nell'antologia "L'ora del diavolo". Pare che sopra Camaiore, in località La Balza, vi sia una casa diroccata, che la gente cerca di evitare di passarci la notte, poiché pare che all'interno succedano cose strane e vi si verificano singolari apparizioni. Si sentono musiche spettrali, vi sono scheletri che danzano, ma di giorno in realtà non si vede niente, soltanto la notte "ci si vede".

IMPRONTE DEL DIAVOLO:

Impossibile enumerarle tutte. In molti paesini delle Alpi Apuane vi sono delle rocce, delle pietre, dei punti in cui, secondo la leggenda, il diavolo avrebbe lasciato la sua impronta. Ad esempio in una valle fra il monte Carchio e il monte Folgorito; oppure in una roccia presso Colle Asinaio; alla località Ciampaccia, presso il paese di Focola;

Parlo di questa leggenda in vari racconti, ad esempio in "Il mercante di sogni" o "La donna di fuoco".

GLI UOMINI DELLA NEVE

Questa è una storia vera, non una leggenda. Gli uomini della neve erano delle persone che partivano da Cardoso e dai paesi delle basse Apuane e andavano su, in cima alla Pania della Croce, alle Buche della Neve, degli avvallamenti particolari dove l'acqua si fermava e si congelava durante l'inverno. Andavano su, lavoravano il ghiaccio, lo tagliavano e se lo caricavano in spalla, servendosi di gerle particolari, e poi tornavano giù in paese per rivenderlo ai signori che volevano pasteggiare con il ghiaccio! All'epoca, e parliamo di un periodo durato fino al secondo Dopoguerra, non c'erano ovviamente i condizionatori e le macchine per fare il ghiaccio, per cui se qualcuno ne voleva un po', questo era l'unico modo per averlo. Per molte persone, soprattutto uomini di mezza età, è stato per anni una fonte di sostentamento.

A loro ho dedicato il racconto "Gli uomini della neve", inserito nell'antologia "L'ora del diavolo".
Era giovane, mio nonno, ancora un bambino, quando suo padre lo portò la prima volta con sé, lassù, in alto, alle Buche della Neve, dove gelidi spirano i venti e portano con sé il lamento dei dannati. Era giovane, ma sveglio, attento e consapevole, tre doti che, nella lunga salita fino alla cima della Pania, potevano fare la differenza tra salvezza e sconfitta, tra vita e oblio. 
Pania. Ormai la chiamano tutti così, non soltanto i turisti, che vengono a scattar du’ foto; mangiano i tordelli della Rina, con due o tre bicchieri di vino rosso, e ciao, ecco il loro viaggio. 
Pania ormai la chiamano pure i nativi, che hanno dimenticato le sue origini, e le loro. La regina delle Apuane, la signora delle Montagne della Luna, così maestosa da abbagliare l’Ariosto, così fredda che Dante ne trasse il ghiaccio con cui coprì il Cocito, anche se Pania non era ancora. Era Pietrapana, la Pietra delle Apuane e del popolo indomito che le aveva abitate prima che fossero cacciati. I Liguri Apuani. I nostri antenati. 
Mio nonno, dei Liguri, doveva avere il sangue, perché mai si è tratto indietro, sempre pronto a seguire la via che saliva su, al Passo degli Uomini della Neve.
CAPRA BIANCA:

Racconta Paolo Fantozzi, in "Storie e leggende della Versilia": "lungo la via che porta ad Arni, prima di imboccare la Galleria del Cipollaio, appariva una capra tutta bianca che seguiva i radi passanti notturni, poi dopo alcuni metri scompariva misteriosamente nel buio". Qualcuno riteneva fosse il buffardello, uno dei folletti dei boschi. Io in "Il mercante di sogni" e in "In viaggio con te" ritengo sia il diavolo che spia gli uomini, per carpire i loro punti deboli.
(Foto di Elio Bonfanti, presa dal sito Planetmountain)

STRAPIOMBO INFERNALE DEL MONTE NONA:

Il Monte Nona (delle Apuane meridionali) ha una parete a strapiombo, davvero impressionante, al punto che è nata la leggenda per cui si ritiene che sia stato il diavolo a crearla. Ne parlo in "Le fate di pioggia", quando Fabio si ritrova in cima al Monte Nona, a un passo dallo strapiombo infernale.

CECCO MARIO: 

Cecco Mario è un gran ciccione, un uomo benestante che vive in una bella casa, circondato dalle sue nipoti che sono costrette a servirlo e a riverirlo. Lui le tiene barricate in casa, con la scusa che il mondo sia un posto pericoloso, in realtà non vuole spendere soldi per maritarle. Dice di aver rubato il tesoro al diavolo, dandogli persino uno schiaffo e, a riprova di ciò, ha una mano ustionata.

SPOILER: In realtà, come scopriamo alla fine, Cecco Mario ha fatto un patto con il diavolo, che gli ha dato dell'oro in cambio dei suoi servigi. Così il ciccione, per non perdere i suoi privilegi, assolda dei mercenari che si schierano contro i Signori dei Boschi e della Natura; ma, con la caduta del diavolo, anche i suoi inganni vengono meno, e l'oro che Cecco Mario credeva di avere in realtà diventa sterco di capra e le donne del paese lo canzonano e gli pisciano addosso.

Secondo la leggenda, un giorno Cecco Mario salì in località Agrifoglio e iniziò a scavare. A un certo punto apparve il diavolo, che si teneva stretta una cassetta piena di monete d'oro, ma alla vista di quel tesoro Cecco Mario divenne baldanzoso e aggredì il diavolo, mollandogli un ceffone, e siccome era stato veloce e coraggioso le monete non si trasformarono in sterco di capra, ma rimasero d'oro per molto tempo.

(Il bosco del Fatonero, foto di Davide Caramaschi, presa dal sito La nostra storia)

TONINO e RINALDO: 

Compaiono nel racconto "La guerra del Fatonero": sono due atletici e coraggiosi boscaioli, rappresentanti degli abitanti dei paesi delle Montagne della Luna, stufi di subire le angherie del diavolo. 

I nomi sono presi dalla leggenda viareggina di due fratelli (non boscaioli) che una sera, tornando a casa, videro un foglio di carta in terra, che in realtà era Giosalpino (il folletto viareggino, che può assumere varie forme). Rinaldo, ubriaco, diede un calcio al foglio ma Giosalpino si arrabbiò, lo prese per la cintura e lo gettò di là dal fosso.

E anche il nostro appuntamento con le leggende per oggi è finito! A presto con nuovi articoli e retroscena! Per leggerne altri, potete usare i tag "leggende", "leggende locali", "leggende lucchesi", "leggende toscane" e trovarli nel blog! ;)