Dietro le quinte di "Ulfhednar War": gli ulfhednar
Citati già nel titolo, gli ulfhednar sono i protagonisti della mia saga urban fantasy contemporanea "Ulfhednar War" iniziata con "La guerra dei lupi" (Il Ciliegio Edizioni, 2017). Chi sono costoro? Gli ulfhednar, assieme ai berserkir, sono i guerrieri più fedeli a Odino, il Dio Grigio, signore del pantheon nordico, nella sua versione di Dio della
Guerra, cui sono devoti e consacrati nell’anima, al punto da rinunciare alla
loro natura umana per ascendere al divino.
Il termine ulfhednar (al singolare: ulfhedinn) è formato dalla radice ulfr (come noto, lupo) e da hedinn, ossia casacca, intesa dalla
Isnardi come “corto capo di vestiario senza maniche con cappuccio di pelle”.
Una rappresentazione la troviamo in una piastra di bronzo, che probabilmente
decorava un elmo, rinvenuta a Torslunda in Oland (Svezia), risalente al V-VI
secolo, dove è raffigurato un guerriero con un corpo umano su cui è innestata
una testa di lupo; indossa una pelle di lupi e ha persino una coda sporgente.
Le sue armi sono spada e lancia, arma sacra a Odino (possessore della celebre
lancia Gungnir).
L’indossare pelli
di lupo non è prerogativa di questi gruppi guerrieri nordici, lo sappiamo.
Basta ricordare Aita, Dio etrusco, i druidi, gli Hirpi Sorani o il troiano
Dolone che, nell’Iliade, prima di un
combattimento indossa la pelle di un lupo canuto, per assumere le
caratteristiche dell’animale. Ciò che è singolare, e unico di questi clan, è il
livello di convinzione raggiunta, nonché l’efferatezza delle loro azioni.
I guerrieri-lupo
combattono infatti senza armatura, invasi da un furore particolare, quasi
sacro, che li rende matti come cani o lupi e forti come orsi o tori selvaggi. Al
pari dei berserkir, sono riuniti in clan (vere e proprie sette chiuse) e si sottopongono
a riti particolari di iniziazione, assumendo sostanze inebrianti e allucinogene
che li rendono indifferenti al dolore fisico, sprofondandoli in uno stato di
trance da cui escono liberando tutto il loro furore (la berserksgangr).
Hrafnsmal, la ballata del corvo, antica saga del X
secolo attribuita a Thorbjǫrn Hornklofi, li descrive così:
Wolf-skinned they are called. In battle
They bear bloody shields.
Red with blood are their spears when they come to fight.
They form a closed group.
(Estratto da “Chronicles of the Vikings”, di R.I.Page, Toronto, Canada:
University of Toronto Press, 1999)
Pelli di lupo, guerrieri indemoniati che
non rifuggono la guerra, bensì vi si precipitano, ergendosi spalla contro
spalla contro i nemici, reggendo scudi insanguinati. Guerrieri quindi innamorati
della guerra, che godono del sangue versato nella mischia, travolti da furia
incontenibile, convinti di essere davvero l’animale totemico in cui Odino,
tramite lo sciamano, li aveva trasformati (il lupo o, nel caso dei berserkir,
l’orso). Giova ricordare che il nome norreno di Odino era Wotan (Woden in sassone), dalla radice wut, che significa appunto furia, e che, oltre a essere Dio della
Guerra, era un noto mutaforma, come narrato da Snorri Sturluson nella Saga degli Ynglingar.
Le origini di questa classe di
guerrieri-belva affondano nei loro antenati germani. Basta leggere un passo del
De origine et situ Germanorum di Tacito (libro XLIII):
“Truci di aspetto,
accrescono la loro naturale ferocia con l’arte e con la scelta del tempo. Hanno
scudi neri, corpi tinti; per combattere scelgono le notti oscure; il solo
orrore di questo esercito di fantasmi semina lo spavento, poiché non vi è
nemico che sostenga il loro aspetto straordinario e quasi infernale.”
Anche Bonifacio di Magonza (impegnato
nella missione di convertire i pagani al cristianesimo) nell’VIII secolo
ribadisce che i germani mutavano in lupo indossandone la pelle e una cintura.
Questa rappresentazione richiama le modalità con cui gli uomini di alcune
culture si approcciavano agli animali totemici, per acquisirne la forza e le
caratteristiche specifiche. Massimo Cantini ci ricorda che “vestendosi con la
pelle rituale, si determinava in sostanza un cambiamento radicale del
comportamento, che autorizzava gli adepti a vivere secondo regole del tutto in
antitesi con quelle del gruppo civile. La pelle indossata dal combattente era
così un modo per trasformarsi in fiera, per acquistare, in virtù delle
potenzialità magiche, l’energia bestiale dell’animale incarnato”.
Il passaggio dalla “Germania” alle terre
nordiche è naturale, come la commistione a tradizioni sciamaniche di
provenienza finnica. Giovanni Pagogna (autore del fantasy “Il trono delle
ombre”) in un interessante articolo analizza la società finnica “ancora
fortemente tribalizzata e legata alla natura da un rapporto simbiotico, dato
che le difficili condizioni della loro terra ostacolavano l’agricoltura e
spingevano a uno stile di vita basato su pastorizia nomade di renne e caccia,
raccolta e baratto”, per cui gli sciamani “credevano infatti di potersi
trasformare in orsi, lupi, renne o pesci, similmente a ciò che tramandano
alcune saghe sui primi berserkir e ulfhednar, che combattevano sotto le
sembianze del loro animale sacro”.
Ecco
quindi l’istituzione di questi clan di guerrieri-belva, probabilmente persone
che soffrivano di pesanti squilibri mentali, amplificati dagli sciamani tramite
riti di iniziazione che potevano essere anche veri addestramenti militari. Luca Barbieri li descrive in maniera approfondita
nel suo saggio, ponendo l’attenzione sulle modalità di mutamento (quello che,
in norreno, è definito hamrammar)
dell’hamrammr, ossia di colui che non
ha una sola forma, ma può mutarla. Di certo l’iniziato doveva assumere una
grande quantità di birra, mescolata a un preparato a base di Amanita muscaria, fungo allucinogeno, e
di digitale, generando un beverone
energetico le cui origini risalgono alla soma
indiana. Grazie a questo, il guerriero veniva invaso da una furia irrefrenabile,
perdendo ogni raziocinio, incapace di distinguere tra amici e nemici, incapace
persino di comunicare con parole, limitandosi a urlare e ululare. La berserksgangr lo rendeva insensibile
alle ferite, portandolo ad azzannare scudi, a prendere tra le fauci carboni
ardenti e a gettarsi in battaglia senza temere né il ferro né il fuoco (nella Saga di Vatnsdal i berserkir camminano
sul fuoco a piedi nudi!). Uno “spirito di follia” che, come lo descrive Sassone
il Grammatico, non può essere arrestato “se non con il sacrificio di una strage
umana”.
Ovviamente
la berserksgangr aumenta anche la
forza del guerriero, al punto che a volte gli ulfhednar e i berserkir vengono
descritti come giganti, come dei troll, nelle saghe. Tutti elementi che poi
hanno contribuito al diffondersi della successiva mitologia “licantropica”.
Al
termine dello scontro, esaurita la carica adrenalinica, il guerriero era
travolto da una spossatezza improvvisa, costretto ad accasciarsi in mezzo al
campo di battaglia. Qualcuno soffriva di amnesia, dimenticando quindi la strage
appena compiuta, altri invece morivano d’infarto per l’eccezionale sforzo
sostenuto. Dopo i fasti della guerra, subentrava la disabilità.
What people say about shape-changers or those who go
into berserk fits is this: that as long as they're in the frenzy they're so
strong that nothing is too much for them, but as soon as they're out of it they
become much weaker than normal. That's how it was with Kveldulfr; as soon as
the frenzy left him he felt so worn out by the battle he'd been fighting, and
grew so weak as a result of it all that he had to take to his bed.
(Dalla
Saga di Egill Skallagrimsson)
Questo
sacro furore i romani lo battezzarono furor
teutonicus e lo disprezzavano, in quanto la furia era opposta alla gravitas, l’insieme dei loro valori di
disciplina, controllo di sé e impeccabilità. La furia rendeva gli uomini delle
bestie, azzerando la loro dignità e sprofondandoli verso gli istinti più
primordiali e incontrollati (quanto? dipendeva dalle capacità dello sciamano di
istillare tale convinzione nella mente degli iniziati). All’inizio questi clan erano
guardati con ammirazione, quasi fossero i depositari della sapienza guerriera e
del furore divino, poi con l’avvento del Cristianesimo le genti del nord
mutarono il loro atteggiamento verso i “consacrati a Odino”, che vennero etichettati
come pazzi indemoniati, malati di mente o addirittura servi del demonio.
La
crociata contro il paganesimo spinse gli appartenenti ai clan degli
uomini-belva a isolarsi, cacciati dalle comunità di origine e forzati a
rifugiarsi in ambienti solitari e ostili, come fitte foreste o caverne, dove
potevano dare libero sfogo alla berserksgangr. Da qua sarebbero nati i racconti
e le leggende, narrati dai viandanti e dai pellegrini, su branchi di feroci uomini-lupo
che abitavano le foreste del nord, le antesignane delle leggende sui licantropi
e sui “lupi cattivi”.
Nasce
anche il collegamento tra lupo e uomo malvagio, quello che viene considerato il
reietto, l’espulso dalla società, destinato a vagare come un animale. Wargus, in latino medievale, prese a
indicare il lupo, un suono simile ai termini con cui venivano chiamati coloro
che, per delitti comuni, venivano allontanati e esiliati dalle comunità, i
malfattori o fuorilegge: warag, in
sassone, vargr, in norreno, warc in tedesco. Il termine andò ad
affiancarsi al tradizionale ulfr, in
norreno.
Nella
già citata Saga dei Voslunghi, Sigi
si macchia di un delitto disonorevole e viene definito “vargr i verum”, ossia
“lupo nei luoghi sacri”, nemico di uomini e Dei. La Isnardi ci ricorda il caso
del vargtré, l’albero del lupo, che è
quello a cui “venivano impiccati i malfattori o quello su cui accanto alla
forca di un condannato veniva impiccato un lupo”.
Molti elementi della tradizione nordica compaiono in "Ulfhednar War", come la berserksgangr e il legame totemico tra uomo e lupo. Da notare, però, che nel mio romanzo gli ulfhednar diventano effettivamente degli uomini-lupo, ossia possono mutare da uomo a lupo, condizione che nella mitologia nordica era riservata ai licantropi, indicati con il termine vargulfr. Volete conoscere qualche ulfhednar? Magari Daniel e sua sorella Marina, Markus e Raul? Scoprite allora "La guerra dei lupi", su tutti gli store di libri! Buona lettura!
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